Ovationata a Kénitra nel quadro del festival delle donne e a Rabat al Teatro nazionale Mohamed V, “Larmes de Khôl” sarà rappresentata una terza volta il 18 aprile 2013 a Kénitra, città natale della sua regista Asmae Houri.
Il pezzo, la terza creazione della compagnia Anfass, è il frutto della collaborazione di diversi talenti: scenografia e illuminazione di Abdelmajid El Haouasse, aiuto scenografo di Salaheddine Benabdeslam, composizione musicale di Rachid Bromi, la musica suonata da Rachid Bromi, Yassir Torjomani e Marouan Idrissi, canto di Khadija El Amoudi, costumi di Badria El Hassani e foto di Alice Feronce-Dufour.
La paura degli attori, del regista... è nota a tutti, perché se ne parla spesso. Ma non si evoca mai l'angoscia dello spettatore. Di questo spettatore chiamato a partecipare alla ricostruzione dell'opera. Vedi, senti, ti immergi in uno spettacolo che si offre a te, sebbene tu abbia scelto di esserci senza porti, a priori, per o contro e sei affascinato, abbagliato, appena soddisfatto o arrabbiato contro te stesso per aver accettato di soffrire due lunghe ore di luoghi comuni e inezie, di aver mal usato anche solo qualche minuto del poco tempo che ti resta da vivere a rimasticare ciò che il tuo spirito aveva vomitato da tempi immemorabili.
E reagisci. Nell'immediato. Spesso in modo viscerale. E nessuno può pretendere che tu non sia sincero. Anche se la reazione ipso facto, non serve né allo spettacolo che ne è l'oggetto e il catalizzatore, né a te stesso. Anche se ti senti ispirato, sappi che la verve spontanea è sempre toccante ma raramente sublime e retorica.
Pianti neri, cuori trasparenti
È per me uno spettacolo che si definisce unlimited, non si classifica ma mette lo spettatore di fronte ai propri limiti. Navigandoci, mi sono sorpreso a errare tra tutte queste costruzioni simboliche fondate sulla cifra 4: quattro elementi, quattro stagioni, quattro uomini, quattro donne; poi ho iniziato a vedere altro: un uomo che è tre volte uomo e una volta donna e una donna che è tre volte donna e una volta uomo (scena di Ahmed che si traveste). Ho creduto allora di aver colto il senso dell'equazione: non c'è in effetti che un uomo e una donna. La donna danza, si dibatte, grida, urla, sussurra e ride freneticamente o amaramente o tace giocando il suo proprio ruolo, mentre l'uomo accarezza le corde della sua chitarra, solletica quella del suo violino, tamburella sul suo cajon o canticchia una canzone dalle sue corde vocali femminili. È per così dire che è la donna che canta nell'uomo ed è l'uomo nella donna che cavalca la sua rabbia e si sottomette alle leggi indicibili e irrespirabili della sacro-santa famiglia...
Ma alla fine mi chiedevo: non ho lo spirito troppo geometra, eccessivamente quadrato per cogliere la fluidità dell'immaginario dei numeri nell'universo recalcitrante di donne che rifiutano che 1+1 sia superiore a 2, quelle a cui si nega il diritto alla procreazione e alla maternità senza la benedizione degli uomini?
Tre donne e un uomo danzano e gridano il male di essere della relazione uomo/donna, donna/uomo in una società fallica e teocratica. Tre uomini e una donna li accompagnano in musica e in canto. Quando i primi rivendicano a viva voce, prosaicamente: "un'uscita di sicurezza", gli altri danno loro la replica, in cadenza, liricamente: "no exit". E quando i primi si diluiscono nella coreografia del quadrato che si fa e si disfa prima di mutarsi in retta, seduti per terra, ai piedi del muro; i secondi vestono i loro gesti e parole di note che si elevano crescendo, trasportandoli al termine di loro stessi, in una sorta di esorcismo terapeutico; poi si affievoliscono, in decrescendo, al fine di portarli ad ascoltare le loro voci interiori.
Il titolo del pezzo, che suggerisce un inserto su grande schermo, sembra di primo acchito extra-teatrale ma quando ci si scopre sotto la ribalta, sentendo quasi la traspirazione degli attori, resi irriconoscibili, da un'ingegnosa regia. Quando vedi questi corpi che esplodono, si spezzano e si raggrinziscono, si squartano, si lacerano e si appallottolano, si attorcigliano, si raggomitolano e si rattrappiscono per infine liberarsi di una rabbia a lungo repressa, del desiderio folle di amare, di essere amato o tutto semplicemente di essere ignorato in una società divorata dalla curiosità indiscreta, inquisitrice e malevola: irrispettosa dell'inalienabile, l'invendibile intimità. È ciò che fragilizza la donna come l'uomo, l'uomo e la donna cioè la coppia. La coppia è fragile. La coppia è in pericolo (SOS), era questo uno dei leitmotiv, su cui riposava la scenografia. Un'altra ritornello che si ripete ostinatamente sulla tela di fondo è: secco; orso, sotterraneo, prigione dove si soffre a secco, privo di calore umano. La nostra patria è in qualche modo un paese secco.
Nessun accessorio è scelto a caso: la collana per esempio supera la sua funzione di posta drammatica: pegno d'amore che si trasforma in un capestro attorno al collo, per acquisire una carica semantica, di natura allegorica: la sua strana somiglianza con il rosario, ci dice abbastanza, e in modo molto sottile, sul peso del religioso nella vita di coppia... Anche la mela, simbolo consacrato del peccato originale, frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, figura allegorica di tutto ciò che è peccaminoso e riprovevole, perché proibito o difeso, prende qui tutta la sua ampiezza in quanto sostituto di una lubricità repressa e "de-naturalizzata" come se non facesse parte della chimica dei nostri corpi... Queste mele voracemente divorate dalle donne come dall'uomo non sono che simulacri di desideri rinnegati, dileggiati e messi in scatola...
Contrariamente alle idee ricevute, è il personaggio-uomo (Ahmed) che "soffre di questa castrazione simboligena, passando dall'immagine inconscia del corpo, all'assoggettamento di questa all'immagine riflessa (sullo specchio)", l'interpretazione dello stadio dello specchio di Dolto prevale nel pezzo su quella di Lacan...
Infine, è la speranza che trionfa ma questa sola speranza permessa puzza di compromesso del silenzio: the only exit is inside oneself never outdoor or out of country. To exit, significa anche lasciare la scena. Non si può lasciare la scena. Un mese dopo, questa scena mi perseguita ancora... Non so cosa sia degli altri ma io non dimenticherò presto questo grazioso sconvolgimento dei sensi.
Notizia 15 Apr 2013 6 min di lettura
“Larmes de khôl”, un grazioso sconvolgimento dei sensi

