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22 Oct 2026
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Tradizioni spirituali: A Fès, la musica sufi in cerca di guarigione dell’anima
Fino al 24 ottobre, la capitale spirituale del Regno ospita la 18ª edizione del Festival di Fès della cultura sufi e delle saggezze del mondo. Posta sotto il tema «La poesia mistica, elisir di guarigione», questa manifestazione fa dialogare canti sacri, poesia, tradizioni spirituali ed espressioni artistiche provenienti da orizzonti diversi. Un invito a rallentare il ritmo, a riconnettersi con l’interiorità e a riscoprire la forza della condivisione in un mondo attraversato dalle tensioni. Jamil Manar A Fès, la musica non riempie solo lo spazio sonoro, apre sentieri verso l’invisibile. Dal 17 ottobre, la città millenaria vibra al ritmo della 18ª edizione del Festival di Fès della cultura sufi e delle saggezze del mondo, un appuntamento che intende fare dell’arte, della poesia e della spiritualità dei ponti tra gli esseri e le culture. Posta sotto l’Alto Patrocinio del Re Mohammed VI, questa edizione esplora un tema tanto poetico quanto evocativo: «La poesia mistica, elisir di guarigione». In un’epoca dominata dall’immediatezza, dal frastuono mediatico e dalle tensioni identitarie, il festival propone un’altra temporalità . Quella dell’ascolto, del raccoglimento e della contemplazione. Qui, i canti non sono semplici performance musicali. Portano una memoria, trasmettono un’eredità ed esprimono una ricerca interiore nella quale il cuore occupa un posto tanto importante quanto l’intelletto. Lo spettacolo inaugurale, «Sentieri dell’amore spirituale», organizzato a Bab Al Makina, ha dato il tono. L’ensemble Harrâqî, sotto la direzione di Youssef El Houssaini, con la partecipazione della cantante marocchina Nabyla Maan e dell’artista spagnolo Vicente Muñoz Gelo, ha fatto dialogare canti, hadra arabo-andalusa, madih e sonorità flamenche. Un incontro musicale che illustra la capacità delle tradizioni di incrociarsi senza perdere la propria identità . Nel corso delle serate, il programma mette in luce la diversità delle espressioni sufi. Dal samaa marocchino, portato in particolare dalle confraternite Qadiriyya Boutchichiya, Charqawiya, Ouazzaniya, Rissouniya e Sqalliya, al qawwali pakistano, il festival fa ascoltare sensibilità diverse riunite da una stessa aspirazione: superare le frontiere del linguaggio per toccare l’universale. La presenza del cantante pakistano Shuaïb Aftab e la programmazione del maestro indiano Ustad Wasifuddin Dagar, specialista del dhrupad, canto classico ancestrale del nord dell’India, testimoniano questa apertura. La musica sufi marocchina non si presenta come un patrimonio statico, ma come una tradizione vivente, capace di entrare in risonanza con altri universi spirituali e musicali. La scelta della poesia mistica come filo conduttore conferisce a questa edizione una dimensione particolare. Dai testi di Rûmi alle grandi tradizioni poetiche dell’Oriente, la parola mistica cerca di esprimere ciò che sfugge alle parole ordinarie: l’amore, l’assenza, la sofferenza, la ricerca di senso e il desiderio di riconciliazione con se stessi e con il mondo. In questa prospettiva, la guarigione evocata dal festival non deriva da una promessa medica. Rimanda piuttosto alla capacità della creazione artistica e della spiritualità di placare le tensioni interiori, di dare senso alle prove e di ristabilire un legame con gli altri. La poesia diventa così un modo di trasformare il dolore in riflessione e l’emozione in esperienza condivisa. Questa riflessione supera i soli concerti. Tavole rotonde, proiezioni, mostre e laboratori arricchiscono la programmazione. I partecipanti possono in particolare scoprire il dhikr, pratica di invocazione e di meditazione, ma anche il chanoyu, cerimonia giapponese del tè, dove il gesto, il silenzio e la presenza assumono un valore quasi contemplativo. Il dialogo tra queste pratiche ricorda che la ricerca di equilibrio interiore percorre sentieri molteplici, al di là delle appartenenze culturali. Fès, crocevia delle saggezze del mondo Il festival trova naturalmente il suo posto in una città la cui storia è intimamente legata al sapere religioso, alla trasmissione intellettuale e agli scambi culturali. Nei giardini di Jnan Sbil, negli spazi della Medina e sulla spianata di Bab Al Makina, il patrimonio architettonico diventa la cornice di un incontro tra eredità e creazione contemporanea. Questa dimensione contribuisce a fare di Fès qualcosa di più di una destinazione turistica patrimoniale. La città si vuole un luogo di riflessione sul posto della spiritualità nelle società moderne, così come sulla possibilità di preservare le tradizioni pur aprendole al mondo. In un momento in cui i conflitti, i discorsi d’odio e le chiusure identitarie occupano un posto preoccupante nell’attualità internazionale, la portata di questa manifestazione merita di essere sottolineata. La musica non saprebbe, da sola, risolvere le crisi del mondo. Può tuttavia creare uno spazio di ascolto, ricordare una comune umanità e offrire un linguaggio condiviso laddove le parole politiche falliscono a volte nell’avvicinare i popoli. Fino al 24 ottobre, Fès prosegue così il suo viaggio nel cuore delle tradizioni musicali e delle saggezze del mondo. La serata di chiusura, intitolata «Ebbrezze», riunirà in particolare il samaa arabo-andaluso e i dervisci di Aleppo. Una chiusura posta sotto il segno dell’incontro tra le culture, dove la musica ritrova la sua vocazione primaria: collegare gli esseri, risvegliare le coscienze e fare della bellezza un’esperienza collettiva.
Questo articolo è riportato come estratto. La versione integrale è pubblicata dalla testata di origine.
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