23 anni dopo l'instaurazione del cessate il fuoco tra il Marocco e il Polisario, la guerra del Sahara continua a uccidere e a rendere disabili innocenti, attraverso le mine antiuomo posate un tempo qua e là nel vasto deserto del sud marocchino. È il caso di una famiglia di Smara che, uscita in escursione a bordo del veicolo familiare, ha rischiato di perire, a seguito dell'esplosione di una mina.
Questo incidente deplorevole che non è il primo del genere e non sarà certamente l'ultimo nonostante la campagna di sminamento lanciata nelle province del Sud dal 15 gennaio 2007 e che ha permesso il recupero di oltre 18.451 mine anticarro e antiuomo e la distruzione di 15.266 ordigni esplosivi. È enorme, ma non si è per questo venuti a capo delle centinaia di migliaia, se non milioni, di questi ordigni di morte.
Secondo un bilancio stabilito dal ministero delegato presso il capo del governo incaricato dell'Amministrazione della difesa nazionale, tre battaglioni del «genio» di combattimento equipaggiati con mezzi sofisticati di rilevamento e di neutralizzazione sono all'opera nei settori di Oued Drâa, Sakia El-Hamra e Oued Eddahab, supportati da 9.000 militari, e che hanno preso di mira i bordi immediati degli agglomerati e le zone di pascolo.
Lo stesso bilancio indica che la presenza di mine in questa zona risale alla fase armata del conflitto che oppone il Marocco ai separatisti del Fronte Polisario sostenuto dall'Algeria, il cui modo operativo consisteva nell'interrare, in maniera anarchica e senza segnalarle su eventuali mappe di stato maggiore, mine in modo da bloccare tutti gli assi suscettibili di essere percorsi sia dalle unità delle FAR che dalle popolazioni civili.
Contrariamente ai separatisti e ai loro mandanti algerini, il Marocco che ha ratificato la Convenzione di Ottawa mirante a eliminare le mine antiuomo, non risparmia alcuno sforzo per sbarazzarsene diffondendo al contempo informazioni che le riguardano e sensibilizzando pastori, allevatori o semplici escursionisti sui pericoli che rappresentano.

